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Komorebi

Komorebi è una parole giapponese il cui significato può essere approssimativamente tradotto con "luce del sole che filtra tra gli alberi".

 

Ecco, questa mattina mi sono sentito un po' come quella luce, lo stesso determinato desiderio di guardarmi intorno, di intrufolare il mio sguardo in tutto ciò che mi circondava, un desiderio intenso, che la bellezza degli scorci rendeva a tratti avido, ma al tempo stesso, proprio come il sole nell'attimo in cui fa capolino da dietro l'orizzonte,  timido, sospeso, quasi fosse un ospite che sa di presentarsi inaspettato ad un orario inusuale.

E così, trattenendo il mio sguardo entro i limiti del garbo che il mio status di ospite imponeva, ho potuto spiare le vigne mentre si svegliavano. Niente a che vedere con noi umani le vigne quando si svegliano: ordinate, perfette, senza bisogno di pettine né di trucco, pronte all'appuntamento con il sole che non a caso quando bacia ha una preferenza per i belli.
 
Più in là, dove i profili ondulati delle colline sfumano appena prima dell'orizzonte, pigri filamenti di vapore rimangono sdraiati nelle valli, piccoli laghi di ovatta che sembrano dire al sole che oggi non hanno proprio voglia di alzarsi.

Ad un tratto, un gregge di nuvole attraversa il cielo sopra di noi, quasi a volersi fare beffe dei metereologi che questa volta non le avevano annunciate. Non sono molte e non hanno un'aria minacciosa, anzi; paiono essere venute anche loro per imbellettarsi con la luce del sole che, generoso, senza fiatare le tinge di poesia.

E dopo essersi ammantate di luce e, non senza una certa civettuola vanità, esibite in qualche volteggio proprio davanti ai nostri sguardi, veloci e silenziose come erano venute, sono scomparse.

Il sole segue a disegnare il suo arco nel cielo azzurro, il calore si fa via via più intenso facendo evaporare l'umidità che poggiata sull'erba bagna un poco le nostre scarpe. La forza della sua luce piega il capo dei girasoli che per tutta l'estate se ne sono nutriti. Le loro corolle ora, mature e pesanti, sembrano a lui inchinarsi grate.

I chilometri scorrono leggeri sotto i nostri passi, il percorso di oggi è agevole, fatto soprattutto di lunghe e gentili discese, di amichevoli tratti piani e, quando metà escursione è gia alle nostre spalle, di brevi e innocue salite, minuscoli affanni buoni solo per convincerci di esserci guadagnati il ristoro che ci aspetta in quel di Monteaperti. A lungo la strada percorre il crinale donandoci panorami che così sembrano non finire mai. Per lo stesso motivo però, anche noi siamo sempre visibili; lo sa bene Siena che con un che di materno da laggiù non ci toglie gli occhi di dosso.

Ai piedi del Cippo, ascoltiamo i pochi frammenti che la storia ci ha lasciato sulla Battaglia prima di incamminarci verso il punto di arrivo.

A Pievasciata saluto i compagni di viaggio, salgo in macchina e mentre sento consolidarsi l'antica amicizia tra la mia schiena e l'anziano ma ancora comodo sedile alzo lo sguardo e lì, tra le fronde del leccio che regala preziosa ombra intorno al suo fusto rugoso, la luce del sole filtra garbata e curiosa tra le sue foglie fino ad illuminarmi il viso. Komorebi.

AF


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